Ri-vedere, ri-ascoltare – Intervista a Lino Strangis, di Veronica D’Auria

Ri-vedere, ri-ascoltare

Intervista a Lino Strangis, di Veronica D’Auria

  

Domanda: Scorrendo la tua produzione, si può osservare che tu realizzi video direttamente ripresi da te o a volte, come nel caso delle opere esposte a InsideOut, lavori su materiale preesistente. Potresti raccontarci quale senso acquisisce nella tua ricerca questo secondo tipo d’intervento?

 

Risposta: Credo di poter ricondurre la mia ricerca ad un certo tipo d’interpretazione degli audiovisivi come linguaggio dotato di proprie peculiari ed eccezionali capacità d’espressione. In questo contesto operazioni come il montaggio, e le conseguenti, numerose possibilità di modificazione delle singole sequenze, assumono una potenza significante di portata enorme. Se in fase di postproduzione cambio un colore o deformo, moltiplico e via dicendo, non è una scelta di natura decorativa o finalizzata a stupire con effetti speciali, quanto piuttosto un bisogno e un invito prima di tutto a “vedere altrimenti”, quindi a cogliere “sfumature altre” dell’esistente. Nel momento in cui le incontro con i sensi fisici, quando sono visibili e ascoltabili per tutti, le cose si mostrano per quello che appaiono quotidianamente. Veicolate attraverso una serie di convenzioni, le si può riconoscere e ricollegare tramite l’analisi delle loro caratteristiche evidenti ad uno o a vari possibili ambiti di significazione. Per essere più quotidiano potrei scrivere: se vedo un coltello…e lo vedo su sfondo nero mi fa pensare a certe cose, se lo vedo sporco di sangue ad altre, se lo immagino tra i fornelli ad altre ancora, e così via con altre possibili associazioni visive. Lo stesso tipo di meccanismo si può applicare a qualunque immagine o, per essere più precisi, a quelle che chiameremo “preesistenti”, perché molti le hanno già viste e altri hanno vissuto in un mondo in cui molti le avevano viste. Se io o altri decidiamo di andare a prendere una determinata sequenza tra milioni e milioni di possibilità candidate e crediamo di modificarla in quello piuttosto che non in un altro modo, è evidente che in questo gesto c’è una precisa volontà di “far pensare” a certe cose.

 

 

D: Perché le Olimpiadi di Pechino, perché quella coreografia? A cosa potrebbe “far pensare”, nell’opera Ying Aoyun, questo tuo intervento sul DVD del video dell’apertura di questo importante evento?

 

R: Le Olimpiadi del 2008 sono state connotate, per me che cercavo d’interessarmi di Cina da qualche tempo, da una evidente carica “propagandistica” in oriente e in occidente. Hanno costituito una magniloquente presentazione della Cina di oggi al mondo intero. Come è noto la “propaganda”, ormai da lungo tempo è strettamente legata con le tecnologie audiovisive, anzi è corretto dire che di questa siano il principale veicolo. Ciò che volevo fare prima di tutto era “ri-digerire” un evento che purtroppo avevo potuto vivere, come molti altri, solo in video, e convertirlo in “arte video”, proponendo una modificazione critica di quella realtà che “mi entra in casa” anche se io vivo lontano migliaia di chilometri. Raggiunta la consapevolezza della mia volontà non ho fatto che selezionare una parte per il tutto: una volta individuata una coreografia a cui attribuivo una grande forza simbolica e visiva, delle varie camere che nel prodotto industriale documentavano la performance ne ho estrapolata una sola e, proseguendo nell’applicare la sineddoche, dai vari minuti che restavano ho selezionato qualche frammento di, più o meno, quaranta secondi in tutto, e con tutto questo ho lavorato alla composizione di Ying Aoyun. Da quel momento in poi, moltiplicando, deformando, rallentando, ricolorando le immagini, ho reinventato la coreografia ricucendola su un sonoro nuovo. In quelle brevi sequenze ho cercato di “aumentare” gli elementi che immediatamente mi hanno colpito di ciò che avevo visto: un numero enorme di persone coinvolte in una sincronia impressionante che mi ha fatto pensare ad alcune particolari differenze tra l’oriente e l’occidente.

 

 

D: Di che differenze parli?

 

R: L’elenco eventuale sarebbe lungo: intendo tutta una serie di categorie di pensiero fondamentali in una cultura, basti pensare al differente senso dello spazio e del tempo che nella tradizione orientale assume interpretazioni a volte, non solo opposte, ma addirittura intimamente altre da quella occidentale. Penso che sia questo uno dei motivi per il quale, nel corso della storia recente, molti artisti occidentali si sono interessati all’oriente, alla sua arte, alla cultura e alla lingua come nave che la trasporta: perché gli artisti, per vocazione e per mestiere, cercano le alternative possibili ai modi di visualizzare l’esistenza propria e del mondo. Quale miglior spunto di “altro possibile” se non quello di una civiltà umana antica ed evoluta quanto la nostra e che oggi va ad affacciarsi sul medesimo teatro globale a cui guardiamo anche noi? Forse oggi, nell’epoca della globalità virtuale questi ragionamenti perdono di crucialità, ma certamente anche le configurazioni future delle relazioni tra Occidente e Oriente dovranno fare i conti con certe questioni.

 

 

D: Perché andare a cercare tra centinaia di contenuti frammenti videoripresi (in modo amatoriale) di gite turistiche di cinesi a Shanghai per poi rimontarle e applicare un altro sonoro?

 

R: Si parte ancora una volta dalla relazione tra “reale” e “virtuale”, tra “fatto” e “cronaca”, “cronaca” e “propaganda”… L’informazione audiovisiva quotidianamente ci fa vedere il mondo come nel salotto di casa; pensiamo ad esempio a quella che viene definita “cronaca”: uno speaker, pur raccontandoci – necessariamente – una versione parziale dei fatti, ci si rivolge più lo meno così: «Salve siamo qui a Baghdad, sei del pomeriggio, sta accadendo questo, così come ve lo facciamo vedere, non c’è qui altra verità se non questa». Luoghi lontanissimi e in molti casi – come il mio – mai visitati, sono assurdamente ma diffusamente percepiti come noti, quando di essi, spesso, nella sostanza non si sa nulla. Cercando una metafora audiovisiva dell’accettazione intellettuale di detta condizione ho pensato di provare a costruire un “mio” viaggio/sogno tramite lo sguardo di persone che dall’interno della Cina guardano la Cina, certamente molto lontano da una esperienza diretta, ma… … …

 

 

D: Che percezione hai dei tuoi colleghi cinesi e di Zhang Peili in particolare? Come interpreti il vostro incontro in questa mostra?

 

R: Ho sempre stimato moltissimo la tradizione artistica cinese e credo che questa contemporaneità ne sia comunque profondamente influenzata. Molti artisti cinesi contemporanei si avvicinano ai linguaggi dell’arte occidentale, a diversi livelli di ricerca. Trovo che questo sia sicuramente un bene per l’evoluzione degli stili ma allo stesso tempo sono convinto che solo utilizzando la loro tradizione come strumento cardine per interpretare questa globalità essi conserveranno la loro forza vitale. Per quanto riguarda Zhang Peili è evidente che le nostre biografie sono molto diverse e questo si ritrova chiaro in alcuni aspetti delle opere, ma ritengo che ci siano alcuni argomenti di fondo, a monte, che ci accomunano in certi meccanismi della concettualità e del senso estetico. A un primo sguardo, queste analogie non emergono evidenti ma ad un’analisi più attenta salta all’occhio che in entrambi i casi, ad esempio, c’era la volontà di mostrare aspetti della vita in Cina in modo indipendente, critico, libero.

 

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