Marco Maria Gazzano “Segnali di vita dal pianeta Terra”

Marco Maria Gazzano

Segnali di vita dal pianeta Terra

 

Lino Strangis è – oggi – un trentenne appassionato. Artista colto e anche un po’ filosofo, come – oggi – dovrebbe essere per tutti coloro che si misurano con il complesso e vario universo delle “arti”, Strangis è al tempo stesso compositore e videasta, cinéphile e fotografo, “designer” della visione e attivista web: un “artigiano” multimediale capace di misurarsi (espressivamente, qualitativamente) sia con l’intermedialità che con le eredità della storia, sia con la manualità che con gli obbiettivi, le macchine da presa e le tastiere. E, ovviamente, con le sfide ancora aperte del presente.

Le sue opere ci parlano con grande attenzione alla forma, sia dell’immagine che del suono; con grande cura nella costruzione degli eventi, di grande energia negli interventi cromatici e spazio-temporali sulle sequenze: riprese da egli stesso o “strappate” dal web con un originale e seducente atto performativo di riconsiderazione di immagini e/o micro sequenze apparentemente banali o apparente in-significanti o semplicemente sottese ad altre considerate più “importanti” nelle convenzioni e per gli stereotipi dei media.

Le sue immagini – per di più – sono correttamente, propriamente “immagini-suono”. Strangis lo sa, l’audiovisione non è solo un’evocazione teorica, ma una pratica tecnologica ed espressiva specifica: la parola, se serve, va usata poco, come immagine tra le immagini. Per questo egli parte sempre dalla “faccia” sonora delle immagini elettroniche, coniugandola poi (ma il processo compositivo è quasi istantaneo, coesistente nella progettazione concettuale come nella pratica “videoartigiana” dell’artista) con la dimensione del visibile, del colore e delle temporalità; sempre ri-costruite, non naturalisticamente, grazie alle tecniche di post-produzione numerica.

La natura fotografica (e compositiva in senso musicale) delle sue videografie è evidente: anche quando si tratta di immagini “di ritorno”: che ci ri-appaiono nelle sequenze animate e nelle videoinstallazioni (sempre più spesso video sculture ambientali) dopo il lungo viaggio mentale con il quale l’autore le ha accompagnate – quasi immergendole a una a una – nel flusso vivificatore del cinema, ma anche delle storie dell’arte come di quelle della videoarte.

Di qui le ascendenze, riconoscibili e non ingenue – e proprio per questo funzionali – punto fermo per viaggi ulteriori nella conoscenza di sé: le video cartoline romane di Sasso in Visioni di un mezzogiorno (in “Videocarillon” III tipo, n. 4; 2007), le nebbie inquietanti e metaforiche di Antonioni in Posologia del pericolo (2008), i rallentamenti e le trasparenze temporali di Cahen evocate dalla giovane danzatrice nella leggiadria e nell’intensità poetica di Autopoiesis Activity (2008), la natura innaturale di Fontana e Burri nella plasticità aerea del volo degli storni su Roma in Sky-noise…armonie del caos (2008) o nel fiume, metafora classica del Tempo, ripreso dall’alto, colorato di sangue e tagliato da una canoa come da un rasoio di For ever Sunset…Eternal Trip of Time (2008), le accelerazioni parossistiche e i contemporanei rallentamenti nel ritmo frenetico degli abitanti ormai spersonalizzati nelle metropoli di Reggio in La città che sale e scende (dalla trilogia Città oltre…il corpo liquido dell’urbe, del 2008/2009)… Senza dimenticare le nature morte disturbanti e ibernate di White Time of Life (2009) estese nell’eternità dagli interstizi del web. Tante evocazioni quanto i moltissimi video della produzione di Strangis: ma mai “citazioni” accademiche; piuttosto punti di partenza, incipit per nuove scritture, intermittenze del cuore semmai e – sempre – atti d’amore per gli autori e i critici amati da un autore – appunto – innamorato dell’arte. Innamorato dell’arte ma anche della funzione sociale dell’arte.

Che si occupa del tempo non lineare e della teoria del caos, dell’identità multipla del soggetto come dei processi metaforici che sovrintendono alle pratiche espressive, che condivide il pessimismo illuminista di Baudrillard e il radicalismo no logo di Naomi Klein, le posizioni della Sontag e di Barthes sulla fotografia come istante di vita: ma anche capace di porsi istanze non solo esteticamente ma eticamente sensibili. Sull’ecologia (dello Spirito, della Natura e dei Media); così come sui marginali della società nell’impegnativo progetto La Voce degli Inascoltabili (2009) nel quale i corpi degli intervistati raccontano storie di vita dura immersi nella luce: ma senza riuscire a farsi capire da noi, distratti e teledipendenti “videoascoltatori”.

Nei suoi “segnali dal pianeta Terra” Strangis si pone domande filosofiche alte e, come per tutti, non gli basterà una vita di ricerca per trovare le risposte. La stessa estrema prolificità del suo lavoro, la stessa scelta di opere brevi e intense come istanti di tensione (magari estesi a “loop” nelle successive videoinstallazioni) dichiara sia l’amore autentico per la ricerca che l’insoddisfazione – la quale gli fa onore, come a ogni autentico artista – per i risultati.

È comunque importante ascoltarlo: perché non è usuale per un artista dopo il 2001 (“giovane” come vuole la moda e la retorica dei media e del potere oggi) farsi queste domande e porsi tali questioni.

«Sono un accanito sostenitore delle enormi potenzialità aperte dalle tecnologie in ogni campo della conoscenza, compresa ovviamente l’arte. (…) Alla continua evoluzione delle tecnologie non equivale più affatto un progresso del pensiero. (…) Viviamo anzi una fase fortemente reazionaria e di grande immobilismo culturale. (…) Ciò che ricerco è la natura profonda dell’audiovisione elettronica ed in fondo la natura della natura stessa: la mia ricerca è in primo luogo rivolta alla verità che è in tutte le cose e quindi alla condizione dell’uomo all’interno dell’esistente tutto. (…) Il mio strumento poetico principale è l’alterazione della cosi detta visione naturale, (…) ecco perché uso sempre tanti effetti di ri-colorazione, ristrutturazione, ri-modellizzazione del dato “reale” che raccolgo: la mutazione, il movimento, la motilità e la variazione della percezione ci “suggeriscono” che lo stesso concetto di realtà va superato, che la stessa idea di questa non è che la storica presunzione dell’uomo occidentale di essere soggetto principe del mondo, di detenere la visione esatta delle cose. (…) Bisogna prima di tutto minare alla base l’idea diffusa di ciò che si vede in televisione sia la realtà (…) per questo le mie audiovisioni dichiarano al contrario immediatamente il loro essere finzione e proprio in quanto tali acquisiscono valore di verità, una verità relativa esclusivamente al contesto spaziale e mentale che riescono ad interessare con la loro presenza».

Dichiarazioni impegnative, ardenti addirittura: non solo da “giovane artista”, ma da cittadino consapevole; il quale – nel paesaggio di macerie che ci circonda dopo il “delitto perfetto” compiuto dal potere con l’uso cinico dei media contro la realtà – ancora intravede una prospettiva di progresso; non che le videografie, le installazioni, le fotografie digitali o le musiche di Strangis siano dichiaratamente “politiche”. Non lo sono affatto, anzi, astratte, leggere e fluide qual sono. Ma – come ogni antidoto immesso nel corpo sociale della comunicazione – anche le forme brevi di questo autore contribuiscono a svelare, anche agli ignavi e ai distratti, che una resistenza all’azzeramento della comunicazione indotto dall’eccesso di comunicazione, è ancora possibile.

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