L’occhio cinese della videoarte – Intervista a Zhang Peili, di Mariagrazia Costantino

L’occhio cinese della videoarte

Intervista a Zhang Peili, di Mariagrazia Costantino

 

Domanda: Quali sono gli elementi che consideri fondamentali nell’arte? Ovvero, oltre alle caratteristiche tecniche, quali sono gli aspetti peculiari della videoarte, se pensi ce ne siano alcuni?

 

Risposta: L’arte è una faccenda complicata, ed è difficile stabilire cosa sia fondamentale. Quando si parla di arte, la chiave della questione ha sempre a che fare con l’arte stessa, che alla fine è una questione di linguaggio, ovvero di mezzi espressivi. Oggi la videoarte è divenuta una forma comunemente accettata e diffusa, la sua differenza con i media tradizionali consiste nel fatto che sin dall’inizio essa si è sviluppata di pari passo con la tecnologia, con il mercato e con gli effetti che essi hanno avuto sul pubblico stesso dei media tradizionali. Negli ultimi decenni tutte le sue caratteristiche sono state velocemente annullate. Come pura forma d’arte si presta a essere “contaminata” da altri media, quindi è complessa, ibrida, nuova e multiforme.

 

 

D: Il fatto di essere nato e cresciuto in Cina, e in particolare in una città come Hangzhou, come ha influenzato il tuo approccio all’arte?

 

R: In Cina Hangzhou rappresenta un posto speciale, molto vitale, ricco di storia e cultura. Non è un centro politico ed economico, forse nemmeno culturale, ma è lo stesso un posto pieno di stimoli. Questa città ha permesso di rapportarmi all’esistenza in modo tranquillo, di fare una vera esperienza della vita, di goderne e di aver meno preoccupazioni.

 

 

D: Di solito si dà per scontato che l’arte possa mantenere uno specifico elemento locale e nazionale. Come pensi che questo elemento possa essere preservato e acquisire un significato reale senza diventare un’etichetta? Ha senso parlare di arte contemporanea cinese, africana o italiana?

 

R: L’idea di nazione come etichetta ha un significato diverso a seconda della nazione in questione e del momento storico. L’arte “americana” del dopoguerra era parte di una precisa strategia culturale dell’America, strategia in cui l’elemento nazionale era enfatizzato nel tentativo di usurpare la leadership europea proprio attraverso la cultura. Oggi la nozione di “americano”, si applichi essa a un artista o ad altre categorie, non ha più lo stesso significato, ammesso che ne abbia uno. Invece etichette come “cinese” o “africano” mantengono ancora uno status speciale, e ciò significa che nel contesto dell’arte contemporanea internazionale esse sono in qualche modo un’eccezione. In questa posizione peculiare e specifica, la “cinesità” che viene mostrata o riconosciuta è da un lato una proiezione, una cosa immaginata, dall’altro è ciò che la Cina stessa ha appositamente costruito per sé.

 

 

D: Uno dei lavori presentati a InsideOut, Scenic Outside the Window, sembra avere a che fare con l’atto del guardare, e su come il nostro sguardo implichi sempre, o quasi, uno schema ideologico. In questo caso la cornice della finestra funge da spazio interpretativo che permette allo spettatore di guardare fuori, ma al tempo stesso, come in una cella, limita e disciplina la vista, e costituisce la cornice della sua valutazione del mondo esterno e di tutti i suoi fenomeni. Puoi parlare del concetto che sta alla base del video?

 

R: In questo lavoro ci sono due finestre giustapposte, di queste una è solo ripresa, l’altra è reale – realmente esistente. Ho cercato di sfruttare il legame che sussiste tra le due finestre, per mostrare che la “vista” risiede all’interno di legami temporali non assoluti e definitivi, e che il panorama all’interno della registrazione e quello all’interno della realtà producono una confusione solo apparente.

 

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