Frine Beba Favaloro “Immagini, suoni, parole – Il racconto di un evento”

Frine Beba Favaloro

Immagini, suoni , parole – Il racconto di un evento

Il progetto InsideOut nasce nel 2009 tra gli scogli postmoderni e un po’ barbari di una spiaggia calabra dove un videoartista e una sinologa s’incontrano e immaginano uno spazio, tra Cina e Italia, dove idee e persone possano trovarsi attraversando quello specchio di tecnologica meraviglia che è la videoarte.

Nel corso del tempo, a questa iniziale favola di incontri visuali si sono aggiunti personaggi e sovrapposti immaginari, cosicché intorno al nucleo dell’arte video è stata costruita l’idea di un evento che accogliesse anche performance musicali e di sound art. anche qui lo spazio è stato aperto ad artisti cinesi e italiani, alcuni dei quali sono confluiti in session di improvvisazione aperta dove le sensibilità si sono confrontate, mescolate, compenetrate.

Costruire InsideOut ha significato sopra tutto immaginare: immaginare uno spazio, una piattaforma di scambio o meglio una sorta di piattaforma di baratto per l’anima in cui opere ed artisti dai due lati del mondo si potessero avvicinare e confrontare in un clima di apertura che, negli ideali dei suoi creatori, dovrebbe far parte della quotidianità della nostra società, già da tempo multiculturale ma forse ancora titubante ad accettare la nuova realtà multietnica.

Per alcuni degli artisti partecipanti è venuto naturale accostarsi all’evento attraverso la formula, oggi sempre più frequentata, dell’opera interattiva: andando oltre una fruizione passiva dell’opera, costruire un ambiente che solleciti l’interazione, tanto tra gli autori presenti che tra le opere e tra queste e i partecipanti alla fruizione.

Anche nella sua realizzazione, InsideOut si è sviluppato assumendo come presupposto la mobilità e la partecipazione collettiva: gli apporti sono stati estremamente variegati e si sono presentati in modo graduale nel tempo, precedentemente, in concomitanza ma anche successivamente alle due settimane di evento vero e proprio, come questo e-book dimostra.

Di questa prospettiva, progettualmente multiculturale, agli ideatori è venuto spontaneo dare segnale già attraverso il titolo: al nome in lettere latine InsideOut è stato infatti accostato un corrispondente titolo in cinese: “里面外,外面里” (Limian wai, waimian li), “Il fuori del dentro, il dentro del fuori”, ma anche “Fuori dal dentro, dentro nel fuori”: qualunque traduzione si scelga, un assurdo logico che ha permesso di accennare a molto del senso di questa manifestazione, tanto per quanto riguarda i contenuti che la forma.

Questo titolo allude innanzitutto ad una doppiezza, ad una duplicità di luoghi. Coinvolgendo realtà lontane e complesse, è venuto spontaneo partire da un invito alla consapevolezza che esse siano irriducibilmente entità distinte e separate. Realtà discrete rispetto alle quali ci si ritrova naturalmente in una certa posizione, che può essere inside, interna ad un luogo che altro non è che l’Io che guarda e, macrocosmicamente, la cultura a cui il corpo e la coscienza di tale Io appartengono, oppure outside, esterna, in un fuori che corrisponde ad una posizione di oggetto osservato e che, nella contingenza dell’Io che osserva, è un non-Io, è la realtà che ne definisce i limiti e permette, in questo modo, alle sue qualità di manifestarsi.

Un’ipotesi di incontro e di conoscenza ci è sembrato dover partire dunque dal riconoscimento dell’esistenza di questi distinti luoghi dell’essere e della posizione in cui quest’ultimo può trovarsi. L’assenza di spaziatura tra i due termini accostati nel titolo InsideOut richiama però la fiducia e l’ambizione per cui, posta una iniziale posizione, ogni soggetto sia attratto verso la posizione complementare e possa scivolare tra questi due luoghi dell’essere. In questo, personalmente, si è ripresentato come fonte di ispirazione il principio, fondamentale nella tradizione cinese, dell’eterno cambiamento, secondo cui non appena si è raggiunto pienamente e pervasivamente uno stato, una forma, una posizione, si inizia invariabilmente a scivolare verso il suo opposto, verso l’altro estremo, verso la forma complementare. Dal dentro al fuori, poi di nuovo al dentro, quindi di nuovo al fuori.

Quello inerente a InsideOut è stato un pensiero che si è nutrito di movimento e di trasformazione: coerentemente, la sua ambizione è stata offrire uno spazio per definirsi su come si è qui e ora, per vedere cosa e come è l’altro e, infine, per trasformarsi e ritrasformarsi in ciò che sarà. Autori come Lino Strangis hanno seguito vivacemente questo percorso: in entrambe le versioni di Ying Aoyun e nell’opera Fish eye on Shanghai …Impressioni di un viaggio mai avvenuto, partendo dall’acquisizione di immagini già confezionate in un contesto cinese (l’outside), egli ha effettuato una rielaborazione secondo la propria sensibilità e criticità (l’inside), ritrovandosi quindi in un altro luogo, quello della sensibilità cinese delle opere di Zhang Peili, Mute e Scenic outside the Windows, al tempo stesso inside e outside, dove ha riconosciuto contenuti critici analoghi ai propri, come l’alienazione umana nel mondo della produzione industriale (solo apparente diversa da quella del mondo post-industriale) o le considerazioni sull’occhio della videoarte come strumento di registrazione e riflessione sulla realtà.

Analogamente, Stereocilia Project e Ji Chaolin, trovandosi a improvvisare nella session Sensitive Sound, hanno condiviso uno spazio in cui il movimento da dentro a fuori, e viceversa, è stato assunto come presupposto della performance ed esteso alla platea che, oltre a fruire della vibrazione e del suono, ha partecipato essa stessa al movimento, andando a influenzare con i propri corpi e la propria sensibilità la performance stessa. Con la loro presenza fisica o con la fisicità delle loro opere, i protagonisti di questi incontri, artisti o fruitori che fossero, hanno partecipato e sono stati trasportati in una scomposizione e ritrasformazione dello spazio e del sé, forse impercettibile, forse soltanto accennata, ma viva e generatrice di nuove prospettive.

Accanto a questi mezzi comunicativi più propriamente artistici, si è considerato fondamentale permettere che la comunicazione fosse sostenuta anche a livello linguistico. In ogni occasione in cui le forze lo hanno reso possibile, le informazioni su InsideOut sono state espresse nelle due lingue, italiana e cinese, per creare un’atmosfera accessibile a tutti i partecipanti, italiani o cinesi che fossero, e per invitarli ad affacciarsi sull’outside anche attraverso il proprio inside linguistico. Sono stati realizzati un comunicato stampa e un flyer nelle due lingue e la pubblicizzazione è avvenuta tanto su media italiani che cinesi, senza trascurare la comunicazione minimale durante l’evento con nomi di artisti, titoli di opere e inviti a rispettare i non fumatori espressi sia in italiano che in cinese. Il concetto è stato quindi esteso all’e-book che raccoglie il materiale audio-video prodotto durante e successivamente all’evento e che presenta i contenuti principali in entrambe le lingue.

Un’unica eccezione all’italiano è stata fatta per il titolo in lettere latine, per cui è stato preferito l’inglese, in virtù dell’immediatezza e della plasticità con cui, in questa lingua, le parole e i concetti si legano già solo attraverso la loro posizione, a differenza della lingua italiana che, in genere, ama esplicitare i diversi rapporti che sussistono tra gli elementi di un enunciato, lasciando alla necessaria brevità di un titolo poco spazio di sintesi.

Al di là di alcune operazioni a livello linguistico, anche per me, una sinologa mediatrice culturale per cui il primato assoluto della comunicazione è sempre andato alla parola e alla micro-comunicazione istintiva del corpo, InsideOut ha costituito un’occasione di movimento e di passaggio da un inside ad un outside inaspettato, ha significato comprendere e afferrare le potenzialità inusitate del linguaggio dell’occhio, dell’orecchio, della presenza: luoghi di scambio, particolari e distinti da quello strumento che quotidianamente utilizziamo per la comunicazione, la parola. E da qui, esperire nuove possibilità di interazione non verbale per applicarle alla comunicazione tra culture che, realmente o virtualmente, si trovano a condividere uno stesso luogo.

Un giorno un famoso maestro d’orchestra mi chiese: “Frine, ho questo discorso in cinese da mettere in musica: dimmi, dov’è l’accento forte su ognuna di queste parole?” Una domanda semplice, ma che non poté ricevere una altrettanto semplice risposta.

Ecco, bisogna prima comprendere che l’accentazione cinese non è uguale a quella italiana, ovvero non cade su una sola sillaba all’interno della parola, ma su ognuna delle sillabe che la compongono, secondo modulazioni particolari. Le reciterò la frase con i toni appropriati e a quel punto lei potrà trovare la strada che dalla lingua cinese conduce alla sua musica.”

In questo piccolissimo passaggio della sua creazione, solo attraverso una mediazione della parola, quindi, il maestro poté cominciare la sua, propria opera di mediazione: diversa, ulteriore, più profonda e imprescindibile al compimento del suo lavoro e dell’incontro tra questi due mondi sonori.

Esercitare interazione, oltre che tra autori, tra opere e tra opera e fruitori, anche tra discipline e linguaggi distinti come è avvenuto in questa occasione tra arti multimediali e sinologia, è un mezzo che non solo permette il passaggio di informazioni tra soggetti appartenenti a circoli socio-culturali distinti, ma funge anche come esercizio di mobilità intellettuale e di sensibilità sociale, intesa come capacità di comprendere quanto ci accade intorno. Le arti visive e la musica hanno le loro potenti strade di mediazione e di incontro: un potenziale di occhi, di orecchie, di corpi, di anime che travalica l’onnipresenza a volte ambigua della parola, tornando indietro di tanto in tanto a frequentarla e a scambiarsi attraverso essa impressioni e dubbi, in un aperto e infinito spazio di riflessione e creazione.

Questo è lo spazio di InsideOut.

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